Le fondamenta marce del “social housing”

A Castelfranco l’emergenza casa è sempre di stretta attualità. Vale la pena spendere due parole sul famigerato Social Housing.

Il Social Housing lanciato da Tremonti sono 550 milioni di euro “stanziati” per un’edilizia a prezzo convenzionato caratterizzata da una compartecipazione pubblico-privato. Solitamente il pubblico mette l’area edificabile e chiede alcune garanzie, il privato edifica, gestisce e incassa i proventi.
Ciò che non passa però è che quei 550 milioni di euro sono stati prelevati da uno stanziamento del 2007 del governo Prodi dedicato all’edilizia popolare. Un fondo volto a rendere abitabili 11.000 appartamenti popolari attualmente lasciati a marcire, in sfregio del disperato bisogno di casa che c’è oggi in Italia.

Il Social Housing -formula tanto “svedese” e invitante, ma l’uso dell’inglese in politica nasconde SEMPRE la sorpresa- è in sostanza l’espediente usato per dirottare 550 milioni dall’investimento sul pubblico verso il mercato.
Una gran marchetta alle compagnie costruttrici, probabilmente -facciamo finta di lasciare spazio al dubbio dai- di amici e grandi elettori.

Alla fine sempre a beneficio della gente?
Mica tanto: il Social Housing è volto a coprire una fascia di reddito superiore a quella dell’edilizia popolare. Ovvero si restringe la fascia di possibili beneficiari e si tengono affitti in media più alti, andando a mettere meno in difficoltà il criminoso mercato della casa italiano che sta tenendo i prezzi più alti d’Europa.
Anche per la scarsità di pubblico nel patrimonio abitativo, solo il 4% a fronte delle doppie cifre degli altri grandi paesi europei.
E’ evidente l’operazione speculativa poi se consideriamo che l’emergenza casa il più delle volte non dipende dall’assenza di muri, ma dal fatto che non siano abitabili o abitati.
Non mancano appartamenti in italia, ma sono sfitti.
In parte perché non abitabili, ma in parte anche perché hanno costi fuori mercato, nel senso che la massa di utenza che vorrebbe accedervi non se li può permettere.

E’ ovvio poi che il privato che investe nel Social Housing lo fa per ricavare profitto.
I ricavi (come nei Project Financing degli ospedali) vengono fatti tagliando le spese di gestione e di mantenimento o nei materiali di costruzione o in chissà che cosa. Tutti inconvenienti che ricadono sulle spalle di chi deve beneficiare degli alloggi e che alla lunga manda complessivamente in passivo l’operazione dei Comuni che hanno sostanzialmente ceduto al controllo privato le aree su cui si è edificato.

La risposta giusta era quella di allargare il patrimonio pubblico, cosa che avrebbe anche svolto un ruolo implicito di calmierazione dei prezzi di mercato. Nell’immediato mettere a posto ciò che si è costruito fin’ora e che sta andando perso.
Invece ciò che abbiamo in mano ora è sostanzialmente un marchettone ai costruttori e la piccola toppa all’emergenza abitativa di cui abbiamo bisogno rimandata ai tempi biblici e al futuro incerto delle nuove speculazioni edilzie in arrivo.

Da un po’ la nuova moda da salotto e dissertare appassionatamente se le politiche messe in atto dalla destra al governo siano di sinistra.
Una cosa che dovrebbe stufare alla lunga anche i più pedanti appassionati di leziosità filosofiche perché la contraddizione è esplicita: poche palle, la destra al governo fa politiche di destra, tranquilli.

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